12 OTTOBRE – 30 NOVEMBRE 2018

Verdiana Patacchini |THE BRIGHT SIDE OF THE WOMB

A cura di Martina Cavallarin

Opening Giovedì 11 Ottobre 2018 ore 18.30

GALLERIA EMMEOTTO | ROMA

L’ 11 Ottobre 2018 alle ore 18.30 s’inaugura, alla Galleria Emmeotto, a Palazzo Taverna, la prima mostra personale di Verdiana Patacchini a Roma dal titolo The bright side of the womb.
L’artista vive e lavora a New York; il suo studio si trova all’interno del Mana Contemporary, fiorente comunità creativa, tra le più importanti e innovative realtà di arte contemporanea negli Stati Uniti, fondata nel 2011, in cui l’incontro tra diverse discipline e artisti dà vita ad una coabitazione plurale e partecipata che promuove la sperimentazione, la collaborazione e l’ispirazione reciproca. E’ in questo contesto stimolante e vitale che Verdiana Patacchini ha realizzato le opere degli ultimi anni.
Il suo lavoro si compone di eterogenei elementi di analisi e ricerca e di una sperimentazione nell’utilizzo di molteplici materiali. I temi affrontati sono la metamorfosi, l’imperfezione, il legame con la terra, protagonisti di un gioco linguistico riguardante il passato e una visione primitiva del mondo, risultato di uno studio ricco di richiami e citazioni rielaborate fino a renderle proprie, attraverso l’investigazione sulla qualità del segno, del colore e della materia. La passione per la statuaria antica, i graffiti primitivi e gli affreschi pompeiani sono i riferimenti del codice espressivo e della ricerca artistica elaborati da una poetica personale che prova ad ingannare l’esistenza, a trovare una dimensione eterna alla caducità della Vita umana.
Il soggetto del “bucranio”, diffuso nell’arte greca e romana, è per l’artista elemento primigenio della femminilità, della sessualità del pube della donna e simbolo di fecondità e maternità.
I lavori in mostra rappresentano a pieno la pluralità di linguaggi sospesi tra Storia e Contemporaneità, la ricerca materica e il modus operandi  dell’artista così da creare un’armonia tra spazio espositivo e forme: grandi tele di lino dipinte con segni primitivisti ed emblematici, lasciate libere e fluttuanti nelle stanze, sculture in ceramica, un volto a luce bianca al neon.
I materiali utilizzati nella realizzazione delle opere, attraverso una rielaborazione in chiave contemporanea delle tecniche artistiche antiche, sono: lino crudo, ceramica, inchiostro, olio, grafite, raku giapponese, fuoco, pietre provenienti dalle cave dell’Umbria – terra d’origine dell’artista – creta cotta, acrilico e inchiostro su plastica.
Perversamente eleganti, - come scrive Martina Cavallarin nel testo critico della mostra - le sue opere, grazie e nonostante la complessità e l’ingegnosità dei rapporti formali e la varietà dei materiali, raggiungono una straordinaria unità d’impatto e possibilità liberatorie di espansione. Queste strutture agiscono con grande vigore sullo spettatore e sull’ambiente spaziale. Dotati di un’estetica strutturale e una forma rappresentativa, i lavori sono carichi di tensione, illusionismo, enfasi, ironia. Il design classicheggiante, l’abilità tecnica, la manualità e la gestualità, riportano a quell’ossessione dell’idea così connaturata con la poetica, l’inclinazione artistica, culturale e di atteggiamento caratteriale. La sua ricerca è concepita come un progetto in cui la somiglianza è accettata con coscienza, per affermare le differenze, un luogo dove le cose si mostrano nel loro aspetto più innocente, e far parlare il segno significa affermare una propria specifica originalità. Verdiana Patacchini con la sua opera non intende interrogare la storia, sebbene ne sia lucidamente e chiaramente intrisa, ma la natura antropologica della collettività, agendo sulle paure ataviche che costituiscono il nodo primario dell’esistenza ovvero il Tempo e la Vita.


Verdiana Patacchini, AKA Virdi nasce ad Orvieto nel 1984. Studia all’Accademia di Belle Arti di Via di Ripetta a Roma dove si diploma in pittura, con la cattedra di Giuseppe Modica, con una tesi su Carlo Guarienti, di cui poi diventerà allieva. Successivamente, si laurea in Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico Contemporaneo. Nel 2011 espone alla 54. Biennale Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia nel Padiglione Italia. Dal 2009 inizia a viaggiare negli Stati Uniti, nel 2012 ottiene il primo visto come artista e nel 2015 vince una residenza artistica e si trasferisce definitivamente a New York. Nel 2016 il Consolato Generale d’italia a New york presenta una sua mostra personale a cura della Galleria Emmeotto di Roma. Attualmente, Verdiana vive a New York, il suo studio è il 312 al MANA Contemporary. Firma i suoi quadri con lo pseudonimo Virdi.

 

Testo critico di Martina Cavallarin

Ogni epoca rimanda a matrici strutturali e storiche precise alle quali corrispondono forme culturali che possono essere in parte organizzate, chiuse o aperte.
“ …essere dentro una cosa e guardare una cosa dal di fuori, la sensazione concava e la sensazione convessa, l’essere spaziale come l’essere oggettivo, la penetrazione e la contemplazione, si ripetono in altrettante antitesi dell’esperienza e in tante loro immagini linguistiche, che è lecito supporre essere all’origine un’antichissima forma dualistica dell’esperienza umana.” (Robert Musil).

L’esercizio della differenza attraverso l’opera d’arte di Verdiana Patacchini è una maniera esistenziale e fabbrile di restituire rigurgiti di Storia dell’Arte mediante una rielaborazione in chiave contemporanea di pratiche artistiche antiche. Occorre trovare dei riferimenti ed elaborarli fino a renderli propri, attraverso sguardi obliqui e una masticazione praticata da mandibole forti e allenate, per valicare il bilico della soglia e l’ineluttabilità del tempo che scorre, per accedere a un linguaggio enunciato ed espresso con rigore e fatalismo al contempo. Sostenere tale gioco essenzialmente linguistico sul passato producendo l’opera contemporanea è frutto quindi di studio, ma è figlio dell’idea e dell’ossessione dell’idea. Se i temi affrontati dall’artista sono imperfezione, metamorfosi, il legame con la terra, i materiali con i quali si esprime sono antichi e plurali: lino crudo, ceramica, inchiostro, olio, grafite, raku giapponese, fuoco, pietre ricavate dalle cave dell’Umbria - sua terra d’origine - ceramica, creta cotta e lasciata immersa di una crema glassata che imprime sull’opera venature ingovernabili, acrilico e inchiostro su plastica come si trattasse di una velatura pittorica che restituisce un effetto in equilibrio tra una tela dipinta a mano e una tecnica a stampa.

Verdiana Patacchini possiede ciò che in termini manieristici è definita “sprezzatura”. Dal verbo sprezzare, derivato dal latino expretiare (ex – pretium, stima), letteralmente significa disprezzare ed è stato usato nel senso del compiere qualcosa con disinvoltura esagerata, in altre parole noncuranza. Tuttavia nel “Libro del Cortegiano”, il conte Baldesar Castiglione la intende come massima grazia e spesso sarà poi ricondotta all’ambito semantico relativo al concetto aristotelico d’ironia (eroneia). Nel Manierismo per “sprezzatura” non s’intende solo l’idea – idea di una leggerezza simulata che si fa depositaria di un’immagine prodotta con apparente aisance mentre nasconde fatica e artificio – ma l’ossessione dell’idea.

L’artista italiana vive e lavora a New York; il suo atelier si trova all’interno del Mana Contemporary, comunità creativa fondata nel 2011 all’interno di un ex fabbrica di tabacco in cui l’aggregazione di differenti discipline sviluppa endemicamente un concetto di coabitazione plurale e realmente partecipata. In tale vitale realtà Verdiana Patacchini si è spesso imbattuta in analisi critiche che incasellano la sua arte in una processualità di matrice fortemente italiana ed europea, non senza suscitare in lei fierezza e perplessità al contempo.  L’amore per la statuaria antica, i graffiti primitivi e gli affreschi di Pompei sono, infatti, sostanzialmente i punti di riferimento del suo codice artistico elaborato nella masticazione di una poetica personale che ha una temperatura che oscilla in un sistema di riverberazioni e risonanze tra il lirico e il chirurgico. L’elemento del “bucranio”, rappresentazione decorativa e simbolica del cranio di bue, in visione frontale, diffusa nell'arte greca e romana è il perturbante che si ripresenta, nonostante tutto. Spesso presente come fantasma sulla tela, come recita Freud "il perturbante è qualcosa di antico, che l’uomo ha sempre avuto, che compare e ci perturba." Il “bucranio” s’immedesima, nell’immaginario dell’artista, nell’elemento primigenio della femminilità, nella sessualità del pube della donna, e ancora in un simbolo di maternità fecondo e germinante. Nel lavoro dell’artista è un tentativo di ingannare l’esistenza, di trovare una dimensione eterna nella caducità dell’esperienza e dell’esistenza umana. Per quanto attiene invece la scultura, questa nei secoli scorsi era stata legata al criterio valutativo ancora affidato al virtuosismo e alla destrezza professionale ma con il Novecento si affida l’idea. Quando Arturo Martini, parlando della sofferenza in cui si trova il suo linguaggio artistico, afferma “scultura lingua morta”, non può ancora ipotizzare quel filone futuro della scultura contemporanea che si distingue ora per atteggiamenti nuovi filtrati da un’investigazione mix mediale, mescolati alla sapienza del passato, della citazione, della memoria. E dell’ironia. In questo spazio di confine, quello poi in cui il cammino dei differenti linguaggi frequenta di continuo oscillazioni tra temporalità e atemporalità, s’impone l’arte di Verdiana. Le sue sono opere destinate a rimanere dentro quel tempo che la affascina e la sequestra: smagnetizza il nastro della Storia dell’Arte e inganna il tempo lasciandolo galleggiare nella presenza dell’opera.

L’artista afferma la coerenza della pluralità dei linguaggi impiegati attraverso l’installazione di arazzi bidimensionali dipinti con segni primitivisti ed emblematici lasciati liberi e fluttuanti nelle stanze, la natura tridimensionale offerta dalla corposità e dalle forme solide in ceramica e le linee delle figure, spingendosi al limite e sino a creare un’armonia tra spazio espositivo e tempo dell’opera. Un dispositivo che nell’epifania imprevista di un volto a luce bianca al neon, ricava un percorso di ricerca che svela l’individuazione dei segni della contemporaneità che solo l’Artista è in grado di cogliere e restituirci attraverso la sua visione. La Storia dell’Arte, infatti, conosce a memoria gli elementi dell’opera di Verdiana ma ciò che nasce dall’assemblaggio di tutti questi fattori è qualcosa “dimenticato a memoria” e restituito al presente. Il carattere dei personaggi riprodotti, persone che occupano la rete affettiva dell’artista, penetra liberamente nell’opera divenendone uno degli elementi fondamentali assieme a un’espansione dell’errore dato dall’agire della materia sulla superficie pellicolare del lavoro, indipendente come solo l’organismo opera sa essere.

La processualità concettuale che traspare dalla lettura del lavoro dell’artista è costante dissociazione dell’operare della leggerezza nella concretezza, risucchio della materia che giace come carne tatuata; un make up operato tra venature e linee, sindone al contrario, parte indispensabile all’apparire, sempre negazione della pesantezza originaria. I supporti delle opere sono ferro o pietra, materiali che contengono l’essenza del suo desiderio di fare arte e farla in un modo preciso, atto di creazione che insinua una resistenza e un’affermazione di presenza.

Perversamente eleganti, le sue opere, grazie e nonostante la complessità e l’ingegnosità dei rapporti formali e la varietà dei materiali, raggiungono una straordinaria unità d’impatto e possibilità liberatorie di espansione. Queste strutture agiscono con grande vigore sullo spettatore e sull’ambiente spaziale. Dotati di un’estetica strutturale e una forma rappresentativa, i lavori sono carichi di tensione, illusionismo, enfasi, ironia. Il design classicheggiante, l’abilità tecnica, la manualità e la gestualità, riportano a quell’ossessione dell’idea così connaturata con la poetica, l’inclinazione artistica, culturale e di atteggiamento caratteriale. La sua ricerca è concepita come un progetto in cui la somiglianza è accettata con coscienza, per affermare le differenze, un luogo dove le cose si mostrano nel loro aspetto più innocente, e far parlare il segno significa affermare una propria specifica originalità. Verdiana Patacchini con la sua opera non intende interrogare la storia, sebbene ne sia lucidamente e chiaramente intrisa, ma la natura antropologica della collettività, agendo sulle paure ataviche che costituiscono il nodo primario dell’esistenza ovvero il Tempo e la Vita. L’opera costituisce in tal modo una tensione verso la domanda e pareggia le variegate realtà del mondo attraverso una sua precisa verticalizzazione individuale.